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Weiss Peter, Inferno

Quadrifoglio-Weiss-picc.jpgWeiss Peter, Inferno, 2008, pp. 143, Isbn 9788884838025, Euro 18,00

Per me si va in una città
che non è affatto dolente
Per me si va dove tutto si raggiunge
Per me si va tra la gente che sempre
è vincente
Lasciate ogni dubbio
voi ch’entrate


Inferno, dramma scritto nel 1964 e qui proposto in prima edizione italiana con testo a fronte, rimase manoscritto fino al 2003: l’autore lo aveva inteso quale prima parte della trilogia drammatica Divina Commedia, mai portata a compimento, che del modello dantesco voleva essere una trasformazione attualizzante e del tutto mondana. In trentatré canti Weiss ci propone il ritorno-incubo dell’esule Dante nella sua città d’origine, che assomiglia assai più a un angolo della Germania del dopoguerra che alla Firenze del Trecento. Fatto oggetto di derisione, sfruttamento e tortura dalle figure grottesche
quanto minacciose che il lettore italiano ben ricorderà immortalate nelle terzine infernali, il poeta comprende che nella commedia umana, troppo umana dell’aldiquà i colpevoli sono ancora impuniti e spadroneggiano in
un mondo dove non vigono né contrappasso né giustizia.


Peter Weiss (1916-1982), scrittore ebreo di lingua tedesca, dovette lasciare nel 1935 la Germania nazista e, dopo soggiorni a Londra e a Praga, raggiunse la Svezia, paese di cui assunse la nazionalità nel 1946 e in cui visse fino alla morte. Rimaste nel cassetto le prime prove letterarie in tedesco, fino agli anni Cinquanta affiancò alla scrittura in svedese, specie di prose liriche, una vasta e notevole produzione pittorica e la regia di film sperimentali. L’apprezzamento della critica giunse con il ritorno alla lingua madre nel “micro romanzo” L’ombra del corpo del cocchiere (1959) e nei successivi romanzi autobiografici, il successo internazionale con il dramma Marat/Sade (1963) e con L’istruttoria (1965), oratorio documentario sul processo di Francoforte che diede finalmente avvio a un pieno confronto della società tedesca con la Shoah. Gli anni Sessanta rappresentarono il culmine della sua fama: i numerosi interventi sui temi più accesi del decennio engagé fecero di lui un autore controverso e, con il successivo riflusso, crescentemente osteggiato da “destra” ma anche da “sinistra”. La sua monumentale Estetica della resistenza (1975-81), grandioso affresco e testamento spirituale incredibilmente ancora non tradotto in italiano, è l’ultimo grande romanzo-saggio del Novecento tedesco.

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