Prospettiva interculturale
L’Occidente si è rapportato all’Altro secondo modelli elaborati gradualmente nel tempo ma che
coesistono tutti ancora oggi, nel presente, secondo una scala evolutiva.
Si passa così da una visione monoculturale (cioè di fatto l’eurocentrismo) al multiculturalismo (cioè il riconoscimento delle altre culture intese però come monadi tutto d’un pezzo e immutabili), per poi giungere a una prospettiva transculturale: consapevolezza che le culture si relazionano, si condizionano e mescolano ma, ancora una volta, ricerca di una sintesi che dia vita a un nuovo universalismo.
Il fatto banale che sgombra il campo dai primi due modelli è che ogni cultura nasce e si definisce in relazione e in contatto con le altre. Non ha senso intenderla come “innata” o “immutabile”. E’ il costante prodotto di un adattamento e in sé è molteplice.
In alternativa alla prospettiva unificante (mono o transculturale) e alla rigida monadizzazione multiculturale, Giangiorgio Pasqualotto propone una filosofia interculturale.
Si tratta di un approccio aperto, che presuppone un dialogo continuo tra culture più che una sintesi definitiva. Non si punta alla creazione di un sistema (o, in politica, di un “governo mondiale” inteso come banale mediazione). Ma a un processo in divenire.
La globalizzazione, ponendo il primato dell’economia sulla politica, tende a eliminare le differenze tra culture, offrendo agli umani un unico orizzonte: quello dell’aricchimento. Si tratta in realtà dell’universalizzazione di una cultura particolare (quella del capitalismo occidentale) che nega i presupposti stessi dell’intercultura.
La prospettiva interculturale si connota così sia come “terapia preventiva” delle catastrofi prodotte dalla globalizzazione, sia come “terapia riabilitativa” per le vittime di queste catastrofi.
Contro l’omologazione della globalizzazione e il localismo multiculturale, si parla così di “interconnessione“.
Cosa significa, in concreto?
Un esempio luminoso è l’elaborazione filosofica di François Jullien, definita “audace esperimento di filosofia interculturale”. Il pensatore francese non cede infatti né a una visione universalista della filosofia occidentale, né alla fascinazione esotica per un pensiero cinese “chiuso”. Inserisce le due culture in un processo di continuo dialogo, in cui il pensiero cinese diventa l’interlocutore del nostro, ne mette alla prova gli assunti, li relativizza. E viceversa.
Come è possibile quindi “pensare la Cina in prospettiva interculturale“?
Il saggio di Amina Crisma ci offre alcune tracce.
Abbiamo sempre visto la Cina come l’Altro monolitico, una civiltà incapace di produrre un vero pensiero filosofico, solo una “saggezza” antica che la inchioda alla propria vocazione confuciana immutabile: un pensiero “pre-filosofico”, semplice raffigurazione dell’esistente.
Ce lo siamo spiegati con l’assenza di una religione salvifica che, tradotta poi laicamente nel pensiero rivoluzionario o riformista, facesse da “motore” per l’innovazione e lo sviluppo.
Secondo Crisma, il “vigoroso razionalismo dell’epoca degli Stati Combattenti” testimonia invece di un grande dibattito, in cui cento scuole si confrontavano: confuciani, taoisti, mozisti, legisti, etc.
“L’emersione dell’indeterminato non è il destino o la missione privilegiata dell’Occidente”, bensì un “processo storico universale che avviene nella stessa Asia”.
In seguito, quando la Cina viene umiliata nelle due Guerre dell’oppio, il pensiero confuciano viene rimesso in discussione e il confronto con l’Occidente dà nuovo impulso al processo filosofico. E a fine ‘800 compare anche il neologismo zhéxué (哲学, letteralmente “studio della saggezza“), importazione del nostro filosofia attraverso il giapponese tetsugaku.
Oggi i pensatori cinesi attingono a due tradizioni: la loro - con il revival confuciano sulla bocca di tutti - e la nostra.
Se da un lato “buona parte di Estremo Oriente si fa Estremo Occidente”, bisognerebbe riflettere di più su “etica confuciana e spirito del capitalismo“, una vera dislocazione di Weber resa evidente dal perfetto e singolare adattamento della Cina alle nuove condizioni del mercato mondiale.
L’orizzonte interculturale è quindi un dialogo continuo con una Cina mobile, in cui cento scuole continuano a contendere.
Giangiorgio Pasqualotto (a cura di), Per una filosofia interculturale, Mimesis Edizioni
http://www.chen-ying.net/blog/?p=499


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