Articolo
Abstract

Si tratta di un confronto con il modo in cui Emanuele Severino, nel volume La Gloria, affronta il tema dell’infinito. Del doppio volto che, a quest’ultimo, finisce in quelle pagine per essere consegnato; da un lato in relazione alla Gloria e dall’altro in relazione alla Gioia. Un problema connesso anche al fatto che, a partire dall’impostazione consegnata da parte del filosofo bresciano alla questione dell’apparire, sembra che, così come il cessare non riesce ad essere un cessare, anche l’incominciare non riesca ad essere un incominciare. Per questo, quella con cui, in base a questa nostra lettura, Severino dovrebbe da ultimo misurarsi è la difficoltà relativa ad uno svolgimento (come quello della Gloria) in cui nulla sembra potersi davvero svolgere. Ossia, un’aporia che dovrebbe condurlo ad interrogarsi intorno al senso di una “negazione” che è il suo stesso discorso, peraltro, ad impedirgli di riconoscere.

This essay aims to investigate the way Emanuele Severino, in the book The Glory (La Gloria), addresses the issue of infinity. In this volume, the Italian philosopher deals with a philosophical problem that has two sides strictly connected to each other: on the one hand, the relation with the Glory; on the other hand, the relation with the Joy (“Gioia”). Starting from the Severinian approach, and with regard to what it appears – namely, what could be seen into the world –, it seems that as well as what it ends cannot really end, what it begins cannot actually begin. For this reason, what Severino should deal with is the difficulty related to a development (like the one of the Glory) in which nothing properly develops, that is, an aporia that should lead him to question a different sense of negation, the same negation that his own reflection prevents him from recognizing.